Tirana mon amour

... jamas podria pisar tierra firme donde vivire...

Tuesday, October 10, 2006

10 tetor, e marte

I Kussundola mi accompagnano al risveglio. È un cd che Meg mi spedí da Santiago de Compostela l’anno corso. Penso che arrivi da Domenico e il suo viaggio in Portogallo con Pedro. Ora so che potrei perdermi in mille narrazioni: parlare di Domenico e del nostro rapporto ritrovato alla vilgia delle ostre partenze, di Meg e del nostro rapporto perso alla vigilia della mia partenza, delle mie 5 settimane a Santiago, di Pedro e Anna e Domenico e Meg e io e… alla grotta di Sasso Marconi nella primavera di due anni fa, l’anno della mia morte e rinascita. Da Tirana quei tempi mi sembrano lontani distanti e senza suono. Pedro parlava dei viaggi, io e Domenico ci litigavamo il suo flauto di legno. La zuppa era pronta, il pane per cucchiaio. E il bosco sapeva di rucola. E il giorno in cui io e Pai siamo andati al fiume col nostro scchetto di frutta. Ricordo bene che rimasi impressionato da una pianticella di poche foglie rosse gialle e verdi che spuntava dai sassi bianchi. E il bagno di Pai sotto la guardia di un airone cinerino. Oggi Pai è mamma di Agata. Poi I Kussundola, dopo che ho finito la doccia e mi appresto a spalmare la salsa verde di peperoni sul pane abrustolito inneggiano a Rastafarai. Salento agosto 2006. Giacomo guida il camper di Noemì, Domenico è seduto al. finestrino, io nel mezzo. Nell’aria Alpha Blondie. Si parla di reggae e rastafarianesimo. Giacomo ne sa e allora ne approfitto e mi faccio un po’ raccontare la storia di questi. Naturalmente non me la ricordo bene. Sogni di ritorno in Africa, fede nel nuovo Messia che è Selassiae, radici cristiane, Terra Promessa e ovvimente tanto machismo. Domenico prende le difese di Bob Marley, lo capisco. Lui vuole fermarsi ai testi delle sue canzoni. Giacomo vuole parlare della sua vita, del fatto che non si volesse curare in quanto convinto di essere una specie di profeta unto da Dio, di quanto trattasse da pezza l* su* donn*. Domenico non vuole pensare a questo. Io nel mio spirito critico non lo capisco, ma forse non è una maniera tanto sbagliata attraverso la quale prendere la vita. Comunque io cambio il cd per l’altrettanto controverso Battiato. Mi piace. Apro il frigo ed ecco che le olive di Enver! Ieri sera dopo lo spettacolo folkloristico albanese/egiziano all’Opera mi fermo con Reetta allo spaccio di Enver, sotto casa nostra. Il giorno prima avevo adocchiato la tanichetta di plastica piena di olive snocciolate e con pezzi di limone che spuntavano a tratti. Belle. Penso siano stati i pezzidi limone a convincermi. Quindi ieri sera ne compro un sacchettino, giusto per lo sfizio. A casa le assaggio. Morbidissime. Gustose. Le olive piú buone che abbia mai provato, ma parlo da polentone bergamasco naturalmente. Sono grosse. E dentro sono rosa. Carne. Ieri ho cenato con queste olive, pane e il formaggio bianco, simile alla feta e unico formaggio disponibile sul mercato. Buono. Per colazioone pane abrustolito, olio d’oliva, sale, salsa di piperki macedone, cetriolo a fettine e le olive di Enver. Nella vestaglia di Licia.

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